Un corpo è una storia illustrata, possiamo guardarlo e sapere già tutto; un libro non si giudica dalla copertina così come una persona dall’aspetto, non è questo che voglio intendere, ma se osserviamo attentamente, possiamo scrutarne le ferite, le cicatrici, le rughe che lasciano pensare a quali emozioni esprime e quali non può mostrare a sé e al mondo. Possiamo cogliere quanto è coperto o scoperto dai muscoli e dalla carne;

il corpo è il riassunto illustrato del nostro vissuto.

 

Nei disturbi del comportamento alimentare il rapporto con il cibo è solo un mezzo per gestire le emozioni, quando un’emozione è intollerabile da percepire, vengono attuate delle condotte di alimentazione che possono essere incontrollate oppure molto restrittive.

Nel caso in cui queste condotte alimentari sono di tipo restrittivo parliamo di anoressia, nel caso in cui sono caratterizzate da abbuffate con condotte di eliminazione (vomito, lassativi, diuretici, sport) di bulimia e nel caso non siano presenti condotte di eliminazione di disturbo da alimentazione incontrollata.

Ci sono molte altre sottocategorie dei DCA, come la vigoressia, l’ortoressia, la sindrome da alimentazione notturna, ma il nucleo centrale è sempre lo stesso: si cerca  di controllare un’emozione spiacevole privandosi  del cibo o anestetizzando il corpo riempiendolo.

Le emozioni vengono percepite a livello del corpo e se sono troppo perturbative troviamo strategie per non sentirle, per esempio una persona con bulimia spesso può avvertire un forte vuoto allo stomaco e cercare di riempirlo, può seguire un’altra emozione poco gradita che la porterà a mettere in atto condotte di eliminazione.

Nel caso dell’anoressia viene applicato un forte controllo sul corpo attraverso il comportamento alimentare, così da avere l’illusione di controllare gli eventi e le emozioni conseguenti.

Sorgono spontanee alcune domande:

  • come mai la persona sceglie questa modalità di gestione delle emozioni?
  • quali emozioni sono coinvolte?
  • è un problema legato alla percezione del proprio corpo come brutto?

Spesso le persone che sviluppano un disturbo alimentare hanno un’esperienza di vita in cui non è stato possibile definirsi: esse hanno una percezione di sé esterna, ovvero sono gli altri a dare definizioni su come sono e su cosa sentono; questo è frutto di un contesto confondente e di disconferme continue sull’avere percezioni adeguate delle cose e più in generale crescono con l’idea generalizzata di essere inadeguate nella loro persona.

Le emozioni che interessano i disturbi alimentari possono essere rabbia, tristezza, paura, colpa, disgusto o vergogna, in particolare mi viene in mente che nella maggior parte dei casi c’è una sensibile difficoltà a poter tollerare la percezione della propria rabbia e l’impossibilità a esprimerla.

La rabbia è un’emozione che ci permette di definirci, di esprimere, di protestare, ma se non possono permettersi di esistere senza l’altro che decide e definisce come e quando si potrà tollerare la rabbia?

Molto spesso nei DCA, il rapporto con il corpo è conflittuale, esso viene visto come disgustoso, inadeguato o altre declinazioni poco piacevoli, ma il punto sul quale ci possiamo fermare a riflettere è “cosa di te senti disgustoso che vivi attraverso il tuo corpo?”.

A tale proposito mi viene in mente un aneddoto calzante:

Paziente: Mi sento grassa, non ho preso peso, sono sempre uguale, ma mi guardo allo specchio e mi sento grassa, enorme, mi faccio schifo!

Terapeuta: come ti sentivi?

Paziente: ero molto arrabbiata!!!

Terapeuta: hai presente i cartoni animati? che fanno quando si arrabbiano?

Paziente: si gonfiano tutti, quasi fino a esplodere!

Terapeuta: e perchè si gonfiano e sembra che esplodono?

Paziente: Perchè non la esprimono, ma io non posso perchè se mi arrabbio poi mi faccio schifo.

Terapeuta: che succede che ti fai schifo?

Paziente: Quando mi arrabbio gli altri mi sembra che provino disprezzo e disgusto per me e io rimango sola.

 

Questo breve estratto mostra come il corpo incarna quello che sentiamo, anche se non possiamo riconoscerlo, solamente con una ricostruzione di significato e una esplorazione attenta dei propri segnali corporei possiamo iniziare a lavorare sulla difficoltà di definizione e di legittimare le emozioni che si sentono. Possiamo lentamente lasciare il controllo e essere liberi di percepirci.

 

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Foto: www.freepik.com

2 Comments
  1. Buongiorno, l’articolo è molto interessante, specie quando si parla del cibo come riempitivo del vuoto emozionale e della difficoltà a poter essere se stessi, a poter semplicemente esprimere la propria opinione e così via. Riguardo la visione del proprio corpo, il disturbo alimentare è causa ed effetto di disagio, di mancata accettazione sociale, di necessità forzata a doversi omologare a standard consumistici senza poter avere la possibilità di avere ascolto e/o comprensione. Il cibo quindi come bene rifugio o come nel caso dell’anoressia come nemico da combattere sempre nel tentativo di omologarsi alla massa.

    1. Grazie del commento molto pertinente e chiaro. Mi fa piacere che il messaggio sia arrivato.

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